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Il secondo aspetto è che “non esiste
alcun automatismo tra apprendimento individuale e cambiamento organizzativo”
come ha mirabilmente sintetizzato Quaglino. Come formatori che operano per una
committenza prevalentemente organizzativa per noi questo aspetto è cruciale: Come
rendere il più possibile trasferibile l’esperienza formativa in comportamenti
organizzativi adeguati? Þ
in primo luogo per misurare l’impatto organizzativo è necessario avere
un monitoraggio realistico dello stato dell’arte prima
dell’intervento, ed una accurata analisi del contesto. Þ
In secondo luogo è necessario che ci sia un sistema di dialogo
aperto tra chi presidia le attività formative e la direzione aziendale,
specialmente nei progetti a medio termine. Le organizzazioni sono infatti
entità in continuo mutamento, la formazione si deve adattare a questi mutamenti
in “tempo reale” se non si vuole che i partecipanti percepiscano i contenuti
come superati o, ancor peggio, come conferme al fatto che i cambiamenti non sono
poi così necessari… Dal canto suo la formazione è un osservatorio
privilegiato del potenziale organizzativo, e delle criticità, potrà quindi
esprimersi al meglio se potrà avere anche un Þ
Ed ancora: perché le persone decidano di sperimentare nuovi
comportamenti (con lo stress che implica) è necessario che questi cambiamenti
non incorrano in sanzioni sociali, ma vengano possibilmente rinforzati.
Capita spesso di sentir dire ai partecipanti: “se davvero facessi così il mio
capo mi prenderebbe per matto!” Questa frase si può leggere come una ultima
resistenza al cambiamento se il “capo” in questione condivide il contenuto
formativo, ma spesso è la pura verità: se non c’è un processo di
condivisione degli obiettivi, non ci sono possibilità di applicazione. Þ
Infine per superare le difese è necessario che i soggetti si
sentano protagonisti e non vittime del cambiamento,
da qui la necessità di una didattica interattiva e valorizzante. <<
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